Abstract [It]: Il contributo esamina la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo Karsai c. Ungheria, collocandola nel quadro dell’evoluzione giurisprudenziale in materia di fine vita. L’analisi muove dal «mosaico normativo» comparato che fa da sfondo alla vicenda, per poi ricostruire i contenuti della sentenza nei suoi profili essenziali: l’assenza di un diritto convenzionale alla morte medicalmente assistita, l’ampio margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati in ragione della persistente mancanza di consensus europeo, la distinzione dogmatica tra rifiuto di trattamenti salvavita e morte medicalmente assistita, nonché la clausola evolutiva del § 167, che segnala la possibilità di una futura contrazione del margine di apprezzamento qualora la tendenza alla decriminalizzazione dovesse consolidarsi.
Abstract [En]: This article examines the European Court of Human Rights’ judgment in Karsai v. Hungary, situating it within the evolution of the Court’s end-of-life jurisprudence. The analysis proceeds from the comparative normative framework against which the case unfolds, reconstructing the judgment’s key findings: the absence of a Convention right to physician-assisted dying, the wide margin of appreciation accorded to states in view of the persistent lack of European consensus, the doctrinal distinction between the refusal of life-sustaining treatment and physician-assisted dying, and the evolutionary clause of § 167, which signals the possibility of a future narrowing of the margin should the trend towards decriminalisation consolidate.
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SOMMARIO: 1. Sull’evoluzione giuridica dell’autodeterminazione nel fine vita: un mosaico normativo in continua trasformazione. – 2. La parabola della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo: dal caso Pretty al caso Mortier. – 3. L’ultimo tassello in ordine di tempo: Karsai c. Ungheria. – 3.1. La vicenda all’origine e l’ammissibilità. – 3.2. I contenuti della sentenza. – 4. Riflessioni conclusive sull’apparente approccio conservativo della Corte.




