Laura Pelucchini, Recensione a S.Cassese, Territori e Potere. Un Nuovo ruolo per gli Stati? , Bologna, Il Mulino, 2016, pp.130

“Un’ organizzazione che controlla la popolazione occupante un determinato territorio costituisce uno Stato se e in quanto: si differenzia rispetto ad altre organizzazioni che operino sul medesimo territorio; è autonoma; è centralizzata; le sue parti componenti sono formalmente coordinate le une con le altre”.

Così definiva lo Stato Charles Tilly a metà degli anni ’70 del secolo scorso, focalizzandosi sulla peculiare capacità statale di controllare la popolazione presente sul proprio territorio.

Ad oggi, però, tale enunciato pare soffrire le sfide offerte da un fenomeno nuovo: la scissione fa territori e poteri.

Sempre più spesso, infatti, è possibile assistere alla manipolazione delle frontiere nazionali, alla comparsa di territori senza governi e all’affermarsi di unità sovrastatali – preposte alla regolazione globale – prevalenti sui poteri pubblici interni. In crescita è altresì il numero di persone che possono dirsi residenti ma non cittadini del Paese in cui si trovano a vivere. A tali questioni gli Stati possono far fronte solo adottando soluzioni innovative, la cui ricerca passa anche tramite la trattazione – e dunque risoluzione – di problematiche già note quali, ad esempio, il “deficit di democrazia” che affligge le unioni sovranazionali e la persistente fragilità delle applicazioni concrete del supremo principio di uguaglianza.

Ebbene, il nuovo volume di Sabino Cassese si propone proprio di analizzare questi fenomeni secondo tre diverse direzioni – corrispondenti ai tre capitoli del libro – al fine di fornire gli elementi indispensabili per poter giungere alla necessitata ridefinizione del ruolo riservato agli Stati nel XXI secolo.

Il primo percorso tematico ha ad oggetto l’evoluzione del concetto di Stato, dall’ originaria unità politica fino alla progressiva scomposizione odierna. L’Autore espone sulle diverse declinazioni del polimorfo concetto di Stato, elaborate a partire dal XVII secolo da pensatori quali Hobbes e Kelsen, Weber e Badie. In particolare, ad essere preso in esame è proprio il passaggio da entità nazionale a Stato-Nazione, che poté dirsi veramente compiuto – a seguito della fusione di territori prima autonomi e distinti – solo con la scomparsa degli organi politici interni che erano sopravvissuti al processo di unificazione statale.

Plurime sono le teorie sulla formazione dello Stato: alcune individuano l’elemento catalizzatore nella guerra; altre nel patrimonio spirituale comune – sulla classica tripartizione “Volk, Staat und Sprache” formulata da Wilamowitz-Moellendorf -; altre ancora nel processo di autoperpetuazione e autoaccrescimento del potere monocratico (pp. 20-21). […]

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