Francesca Rosignoli: Recensione a M. Di Pierri – C. Spizzichino (A cura di), Dallo sviluppo sostenibile alla giusta sostenibilità, in http://asud.net/rapporto-igs-dallo-sviluppo-sostenibile-alla-giusta-sostenibilità/, Roma, 2013, pp. 190

Con questo breve saggio, Dallo sviluppo sostenibile alla giusta sostenibilità, l’Associazione A Sud propone un interessante studio delle realtà sociali che operano nell’area metropolitana di Roma, che comprende l’anello urbano e i 121 comuni situati attorno alla capitale. L’obiettivo generale della ricerca consiste nella mappatura degli attori della società civile della Provincia di Roma che, per affinità, visione, mission e pratiche adottate, risultano essere i principali interlocutori di riferimento per “l’elaborazione e l’implementazione pratica di un programma di governo basato sulla riconversione dell’attuale modello economico in termini di sostenibilità ambientale e sociale”. La ricerca, infatti, ha lo scopo di rispondere all’esigenza evidenziata tanto dalla società civile organizzata, quanto dalle amministrazioni pubbliche, di allargare il ragionamento sulle pratiche partecipative, elaborando azioni efficaci di governo territoriale condiviso. Il documento strategico preso come riferimento per la realizzazione di questo studio è il Progetto Strategico della Provincia di Roma, “un documento programmatico”, elaborato dall’amministrazione provinciale, “per il governo del territorio dell’area metropolitana di Roma che assume come asse centrale di ragionamento l’orientamento ecologico dell’agire politico amministrativo”. Per rispondere all’esigenza di intraprendere delle pratiche partecipative, inoltre, l’équipe di ricerca dell’associazione ha scelto di utilizzare, come metodologia di lavoro, la cosiddetta metodologia di ricerca partecipata, che ha previsto il coinvolgimento di 40 realtà sociali delle quali è stata analizzata una strategia di intervento per la diffusione del Progetto Strategico e misurato il loro livello di Giusta Sostenibilità.

Dall’analisi del Progetto Strategico e delle politiche sociali ed ambientali varate dalle amministrazioni pubbliche, emerge tuttavia la carenza di parametri adeguati a valutarne l’efficacia. Questo primo dato di partenza, che rivela purtroppo l’enorme ritardo culturale in cui si trovano sia le amministrazioni pubbliche, sia la società civile organizzata rispetto a queste tematiche, ha orientato la ricerca verso l’individuazione di un nuovo indice di valutazione che l’associazione A Sud sperimenta per la prima volta in Italia, come strumento di indirizzo delle politiche pubbliche: il Just Sustainability Index (JSI), ovvero l’indice di giusta sostenibilità (IGS). Il Just Sustainability Index (JSI), elaborato da Julian Agyeman, professore di Urban and Environmental Policy and planning alla Tufts University, s’inserisce all’interno del più ampio paradigma teorico della giustizia ambientale, introdotta e considerata come categoria d’indagine emergente. L’origine del concetto di giustizia ambientale, espressione con la quale si intende la necessità di ridistribuire in modo equo le conseguenze derivanti dagli impatti ambientali – soprattutto quelle negative che dipendono dalle operazioni industriali, commerciali ecc.. – risale al 1987, anno in cui viene compiuta la prima indagine ad ampio raggio sui rapporti tra la dislocazione di siti di smaltimento per rifiuti tossici e la composizione etnica e socioeconomica delle comunità prescelte. Questa indagine è contenuta nel Report della Commissione per la Giustizia Razziale della United Church of Christ (Rifiuti tossici e razza negli Stati Uniti. Rapporto nazionale sulle caratteristiche razziali e socio-economiche delle comunità con siti di smaltimento per rifiuti tossici). Tale Rapporto evidenzia che, “rispetto ad altri fattori esaminati, la razza è un fattore predominante nella collocazione di impianti per lo smaltimento dei rifiuti tossici commerciali”. In questa prima fase, infatti, il concetto di giustizia ambientale è strettamente legato a quello di razzismo ambientale (Environmental Racism) ed emerge sostanzialmente come risposta alle ingiustizie ambientali, ovvero a quel trattamento diseguale riservato alle persone di colore o alle persone con basso reddito (low-income people), costrette a sopportare completamente il rischio ambientale e sanitario di alcune politiche (soprattutto quelle legate alla gestione dei rifiuti) non propriamente ecosostenibili. Il paradigma proposto da Agyeman, tuttavia, presenta degli elementi che lo differenziano notevolmente rispetto al modo in cui il concetto di giustizia ambientale è stato interpretato e recepito dall’ ambientalismo tradizionale. Riprendendo e appoggiando la tesi di Dorceta E. Taylor che, nell’opera The Rise of the Environmental Justice Paradigm, segnala la scarsa attenzione dei gruppi ambientalisti tradizionali per la giustizia sociale, Agyeman denuncia come insufficiente la definizione di sviluppo sostenibile (commissione Brundtland 1987) intesa come quello sviluppo che “risponde alle necessità del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai propri bisogni”. Tale definizione, infatti, non tiene in nessuna considerazione il richiamo all’equità sociale e alla giustizia ambientale. Al centro del paradigma proposto da Agyeman, invece, vi è la consapevolezza e “il riconoscimento dell’ingiustizia sociale come la causa principale della nostra attuale insostenibilità”. Icome già sottolineato da Wolfgang Sachs in Ambiente e giustizia sociale (2002), il collegamento della parola “sostenibile” con la parola “sviluppo” genera un terreno di ambivalenza semantica che fa scivolare il “luogo della sostenibilità dalla natura allo sviluppo”. […]

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