Luigi Gianniti, La riforma del meccanismo europeo di stabilità. Un nodo critico nello sviluppo del processo di integrazione europea.

La Bild, il noto tabloid tedesco, ha lanciato il 23 agosto 2017 la notizia di una proposta attorno a cui starebbe lavorando il Ministro tedesco delle finanze e che comporterebbe la possibilità di utilizzare il cosiddetto fondo salvastati (il Meccanismo Europeo di Stabilità ESM), “non solo in caso di fallimento, ma anche per migliorare le congiunture in periodi negativi”.
Che il ministro Schäuble ritenga che l’ ESM possa avere un ruolo più forte nella prevenzione delle crisi dell’eurozona non è certo una novità. Si veda, da ultimo, l’intervista apparsa su La Repubblica del 24 agosto 2017.

Il Trattato che lo ha istituito nel 2012 nasce per volontà tedesca. Di fronte alla grave crisi finanziaria la Germania, che in fondo ha subito la larghezza di strumenti e l’indipendenza con cui la Banca centrale ha risposto alla crisi, ha invece impedito che si sviluppasse un parallelo e complementare ruolo da parte delle altre Istituzioni dell’Unione europea (innanzitutto della Commissione europea). Ha impedito che l’Unione europea si dotasse di più ampie risorse di bilancio1, e ha bloccato sul nascere qualunque sviluppo all’interno del quadro istituzionale dell’Unione di strumenti nuovi, come il meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria2.
L’ESM nasce come strumento non dell’Unione ma “degli Stati la cui moneta è l’euro”, sulla base di un accordo internazionale che disciplina l’ampia dotazione finanziaria nonché le modalità di funzionamento, tutte nelle mani degli Stati membri. Le decisioni più importanti dell’ESM sono prese dal Consiglio dei governatori (composto dai Ministri delle finanze dei paesi appartenenti all’area euro, ai quali il Commissario europeo competente come anche il Presidente della BCE si aggiungono solo come “osservatori”) “di comune accordo”, e cioè all’unanimità. […]

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